In questa fase di grandi cambiamenti politici, reali o apparenti che siano, le province sannite mostrano di essere poco inclini alle trasformazioni, confermando la propria fiducia, oramai da decenni, quasi sempre nelle stesse persone. Un timore, lo definiremmo, che in qualche caso ha generato non poca confusione, come testimonia, ad esempio, il ben noto episodio del Molise, che ha fatto registrare uno dei pochi casi di annullamento delle elezioni e di vittoria della parte precedentemente sconfitta. Ma un carattere si evidenzia, in questo contesto; un carattere che fa di molti luoghi del Sannio delle aree, in qualche misura, fuori dal tempo.
Non sono pochi i rappresentanti politici sopravvissuti (politicamente, s’intende) in piccoli territori circoscritti. La loro fortunosa ascesa data da tempi molto lontani, quando le esigenze del territorio che li ha espressi erano altre da quello che sono ora. Gli anni Settanta hanno visto venire a galla alcuni gruppi che hanno conservato, con poche defezioni e sporadici avvicendamenti, il saldo controllo politico delle nostre zone. Trent’anni di storia non sono bastati a cambiare né la struttura né gli elementi di spicco di queste organizzazioni di potere. La fitta trama di interessi si cui si poggia questa continuità sembra sfidare i tempi e le generazioni con satanica sfrontatezza. Le epocali trasformazioni che il mondo ha subìto nel frattempo hanno inciso in misura minima nelle nostre aree, e non certo per una consapevole volontà di difendersi dall’avanzata della globalizzazione. Vi è dell’altro.
È evidente, infatti, che un potere non lo si conserva per tanto tempo se viene poggiato esclusivamente su basi ideologiche. I fatti lo hanno dimostrato. Il crollo dell’Unione Sovietica ha avuto un contraccolpo su tutta l’Europa, favorendo un ricambio e una trasformazione che hanno conferito un nuovo profilo politico al Vecchio Continente. Non ci addentriamo in giudizi sulla natura di questo cambiamento: ci basti rilevare che, almeno superficialmente, esso ha indubbiamente segnato questo ultimo decennio. L’Italia non poteva non riflettere, a suo modo, questa fase di cambiamento, ma sorprende, in questo scenario, la sostanziale impermeabilità alle trasformazioni in atto dimostrata dai vecchi aggregati di potere che allignano sul nostro territorio. Ciò si spiega, prima di tutto, riconoscendo la natura non ideologica del potere esercitato.
Il "segreto" della longevità politica di numerosi personaggi è rappresentato dall’aver essi istituito un rapporto di carattere personale, privo di qualsiasi elemento ideologico, con l’elettore. Un rapporto fondato essenzialmente sulla fiducia, la quale, a sua volta, deriva da una autorevolezza ispirata da diversi fattori. Ora, è bene chiarire subito che questa fiducia, prima che sfociasse nel più infimo clientelismo, era l’espressione più elevata delle civiltà antiche, italiche e indoeuropee. La fides, come la chiamavano i Latini, era il fondamento della vita politica, e soprattutto di quella militare, dei popoli antichi. Un legame fondato sulla fedeltà richiedeva non solo un grande valore e una grande autorità in chi ne raccoglieva i frutti, ma anche la capacità di riconoscere dove il valore e l’autorità risiedessero. Nessuna costruzione ideologica, insomma, garantiva la fedeltà ad una guida politica, solo la persona, nella sua integralità, era il fondamento su cui si realizzava questo tipo superiore di rapporto umano.
È naturale che per un popolo bellicoso, come lo furono i Sanniti, la fedeltà avesse una particolare importanza. In battaglia, infatti, i Sanniti, come altre popolazioni europee, usavano combattere in piccoli gruppi guidati da un condottiero distintosi per valore e autorità. I membri del sodalizio guerriero erano legati da un vincolo di fedeltà, che metteva tutti in una medesima condizione. Il dux era considerato —come in seguito avverrà per il re tra gli aristocratici— primus inter pares, non vi era cioè separazione, ma autentica fratellanza d’arme tra il condottiero e gli altri sodàli. In seguito, sia i Romani che i Sanniti hanno preferito lasciare questo modello per passare alle più organizzate legioni, ma il rapporto con i comandanti era sempre quello fondato sulla fedeltà, che rappresentava così il vero onore del guerriero. Con il trascorrere del tempo, la sfera politica non ha più coinciso con quella dell’aristocrazia e con i valori da questa trasmessi. Nonostante questo, il valore della fedeltà alla guida politica si è conservato nelle tradizioni sannite, ma con una imprevedibile involuzione. Crollati i punti di riferimento autorevoli, la guida politica è stata assunta da quelle figure che, nelle piccole comunità, potevano surrogare un’autorità oramai eclissatasi, però avvalendosi di quella medesima fedeltà che un tempo reggeva i rapporti di natura politica e militare.
È su questa base che si sono costruiti e mantenuti i solidi potentati locali; è sull’antica virtù della fides che talune figure hanno consolidato il loro potere individuale. Ciò che un giudizio storico non deve disconoscere, affinché si possa ricostruire su basi sicure il federalismo sannita, è la centralità di questo rapporto di fedeltà, che è una delle caratteristiche specifiche della nostra civiltà. Un rapporto che ritroviamo espresso nel modello "pagano" (vale a dire fondato sull’unità amministrativa del pagus) dello Stato sannita, costituendo il fondamento dell’autorità politica. In altri termini, quella fiducia che il popolo sannita nutriva nel suo capo (il meddix), noi oggi la ritroviamo alla base delle fortune politiche dei longevi potenti locali. Questi ultimi, però, hanno usato questa incorrotta tradizione ai fini di un mantenimento del potere per sé e per i propri accoliti. Proprio l’assenza di una Regione Sannita, che auspichiamo come fase imprescindibile di un riappropriamento del nostro destino politico, è la più evidente dimostrazione che chi fino ad ora ci ha rappresentato ha posto su tutto solo gli interessi individuali.
Tuttavia la tradizione ci insegna, in questo caso, che non va messa in discussione la fedeltà alle guide legittime, essendo un valore altissimo, ma chi questo valore ha corrotto. Intere generazioni sannite sono state difese dalle ideologie —vere malattie dello spirito— proprio grazie ad un istinto che permetteva di riconoscere l’autorità e di legarvisi con un patto di fedeltà. La nuova regione dovrà fondarsi pertanto su questo valore, sapendo che solo su esso potrà tornare a costituirsi l’originaria autorità politica sannita.
Massimo Pacilio
[Benevento, Anno XIX, N. 3, 8 febbraio 2002, p. 16]
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