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Elementi per la fondazione di una nuova regione

“Le radici profonde non gelano"

Tra le immagini che meglio raffigurano il rapporto tra una nazione ed il territorio su cui essa si stabilisce una è, senza dubbio, quella dell’albero. Radicato profondamente nella terra da cui prende il nutrimento, ma slanciato poderosamente verso l’alto, l’albero sviluppa nello spazio circostante la sua forma — esclusiva ed irripetibile pur nell’appartenenza ad una specifica varietà —, simbolo dello sviluppo di tutte le potenzialità di una stirpe.
I Sanniti seppero esprimere con non comune intensità il rapporto di coesione con il territorio su cui si stanziarono. Radicati come una quercia secolare nel Safinim (nome osco del Samnium), indicato dagli dei come luogo di maturazione e sviluppo delle loro qualità etniche, essi vollero tenacemente preservare con ogni mezzo la loro terra dall’invasione, sapendo di rispettare, con la lotta, la stessa volontà degli dei. Difendere la terra sannita significava difendere se stessi e quel loro frugale "stile di vita", che li accostava, nell’immaginazione di qualche storico antico, agli Spartani. Non si custodiva, dunque, una ricchezza, che avrebbe consentito di fortificare gli eserciti e i villaggi, ma un "modo di esistere" proprio ad una stirpe fiera, che traeva la propria forza dalle profondità delle proprie radici etniche e culturali.
L’opera che rendeva sempre più stabile e indissolubile il legame dei Sanniti con il Sannio non poteva che essere l’agricoltura, che, insieme all’allevamento, rappresentava la loro principale attività produttiva. È stato evidenziato che la stretta dipendenza dei Sanniti dall’agricoltura giocò un ruolo non secondario nelle guerre contro i Romani. Costoro, infatti, adottarono una tattica non certo onorevole: quella di indebolire l’avversario distruggendone le risorse primarie. Così, numerosi campi erano sistematicamente distrutti per togliere l’alimentazione ai Sanniti, temendo, evidentemente, l’impatto durissimo delle forti schiere nemiche.
È noto che l’allevamento delle pecore costituì una delle risorse fondamentali della povera economia sannita. Una risorsa che ha mantenuto per molti secoli un ruolo determinante nel nostro sistema produttivo, molto più del commercio, che non riscuoteva per niente l’interesse dei Sanniti, i quali, per altro, erano anche poco interessati alla stessa moneta, tanto da privilegiare le forme di scambio basate sul baratto (vero emblema della superiorità dell’uomo rispetto al mercato e all’economia tout court).
Tuttavia, oggi, l’agricoltura — con l’eccezione della viticoltura —, come l’allevamento, non conosce il suo periodo migliore. In diverse aree, infatti, i gruppi che hanno gestito il potere hanno ottusamente rincorso il fallimentare sogno dell’industrializzazione, provocando un ulteriore distacco dalla terra (già drammaticamente intensificato dall’emigrazione) e la sostanziale rinuncia ad investire nel settore primario, del quale, almeno finché l’uomo avrà la necessità di cibarsi, non si potrà fare a meno.
Se i "politici" locali avessero avuto una decente conoscenza della nostra storia si sarebbero accorti che proprio nel settore primario si dovevano concentrare gli sforzi, per renderlo più efficiente attraverso una migliore organizzazione, favorendo finanziariamente solo quei progetti aventi come obiettivo non l’installazione di industrie — tutto l’apparato di infrastrutture che queste richiedono comporta un’inevitabile aggressione del territorio —, ma la creazione di attività collegate direttamente o indirettamente all’agricoltura e all’allevamento, affinché fossero valorizzate le specificità produttive delle aree sannite.
Ripristinando l’antico legame del Sannita alla propria terra avremmo anche frenato, se non evitato del tutto, l’emigrazione, così sconsideratamente incoraggiata anche da chi avrebbe il dovere istituzionale di garantire l’equilibrio interno e l’armonioso sviluppo del Paese. In più, con un’attenta opera di informazione e di controllo, avremmo aiutato a migliorare le condizioni generali del nostro ambiente a partire dal contributo determinante degli agricoltori.
Nelle nostre terre, invece, si continua a parlare di sviluppo industriale (da sempre fonte di solide sicurezze elettorali) e si consiglia ancora l’emigrazione, per snaturare definitivamente quel che resta dell’antico carattere sannita. Inoltre, i tempi dell’attività agricola moderna, svolta da chi non vive sulla propria terra, impongono l’uso di prodotti chimici che diminuiscano l’apporto dell’opera umana nella coltivazione.
L’esempio dei Sanniti rimane una costante delle nostre riflessioni, ma appare recluso in un incomprensibile passato per chi possiede, dati i tempi, incarichi amministrativi. Se sia auspicabile il riemergere, almeno sul piano spirituale, dell’antica indifferenza sannitica per la moneta e per il commercio, è pur vero che ogni persona ha il diritto di realizzarsi liberamente secondo le proprie inclinazioni. Ciò che è ancora valido per tutti, invece, e verso il quale richiama l’attenzione questo nostro scritto, è il modello di vita, fondato su una profonda unità con la terra, che i nostri antenati seppero segnalare alla loro immemore discendenza.


Massimo Pacilio
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