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Elementi per la fondazione di una nuova regione

Federalismo sannita

L’attuale dibattito sulla forma federalista della costituzione — che per alcuni dovrebbe prevedere solo una maggiore responsabilità degli enti locali, senza intervenire significativamente sulla struttura dello Stato — trova puntualmente disorientati gli amministratori meridionali. Un disorientamento abbastanza comprensibile, quando mancano quei punti di riferimento che non siano traducibili in termini di interessi personali. Si guarda con sospetto alla parola "federazione" perché la si considera connessa, in qualche modo, alle pretese autonomiste del "ricco nord-est". Del resto, uno Stato federale italiano appare oggi come l’esito di un processo disgregativo provocato dalla spinta egoistica di poche aree del Paese, da poco giunte ad una inusuale condizione di ricchezza. Si sa che la "gente nuova" aspira da sempre ad entrare nei circoli esclusivi e a guardare con immemore disprezzo la condizione da cui è partita. In questo senso appaiono umanamente comprensibili, per quanto non approvabili, le richieste di "esclusivismo" espresse in varie forme nel Nord d’Italia.


Pure, vanno considerati alcuni aspetti, spesso rimossi dal dibattito politico sul federalismo. Il veloce processo di unificazione dell’Italia, avvenuto sull’onda della rivoluzione francese e della maldestra traduzione in italiano delle idee illuministiche, è passato come un rullo compressore sulle plurisecolari storie degli Stati italiani. Certo. Storie non sempre dignitose. Storie di litigi mediterranei, di patti e tradimenti, di Leghe e capovolgimenti di fronte, al centro del quale, onnipresente, il papato. Anche un imperatore equilibrato come Carlo V ha lasciato Roma ai "lanzichenecchi", sfinito dall’ambiguità politica di un papato invadente . Non ci sono parole sufficienti per stigmatizzare l’azione nefasta, nella politica moderna, della curia pontificia. Ma questa, del resto, altro non era che la longa manus delle potenti famiglie "nobili" del Bel Paese.

Nonostante tutto, la storia e la cultura italiana suggerivano, a chi avesse avuto davvero a cuore le sorti future della nazione, di indirizzare il nascente Stato unitario verso una forma federale di assetto costituzionale. Così non è stato. Il modello francese di burocrazia centralizzata esercitava una più forte attrazione sulla classe di potere piemontese, che muoveva i suoi primi passi colonizzatori al Sud. Tutto, in Italia, cospirava verso un modello federale, tranne la monarchia sabauda, affascinata dai suoi sogni imperialistici, blandita dagli esuli dei diritti umani.
Ciò che meraviglia — non troppo, per la verità — è che oggi a proporre il federalismo in questa Italia, non siano stati i popoli nati nel federalismo e che ad una struttura federale avevano già pensato per unificare, in alternativa a Roma, i popoli italici. No. I Sanniti, in questi ultimi cinquant’anni di democrazia e di libero pensiero, hanno pensato ad altro, al "centralismo", creatura degli apparati burocratici dello Stato moderno che ha potuto avere buon gioco anche nell’Italia repubblicana. Eccellente strumento di controllo politico, esso ha svolto una preziosa funzione di controllo culturale, prima durante e dopo il fascismo (non vogliamo neanche porre in relazione il "centralismo" dell’antica Roma con quello moderno, mancando nel secondo il fondamento divino che costituiva l’essenza del primo).

Ammesso che oggi si possa parlare di "classe politica", potremmo dire che la nostra, archiviata sbrigativamente la propria genealogia, si sia prosternata davanti alle visioni centraliste che la repubblica ha ereditato dal fascismo e che — col beneficio dell’inventario — ha accettato (per "ragion di Stato", evidentemente). Del federalismo sannita si erano tutti dimenticati mentre percorrevano, di buona lena, la via verso Roma, quella stessa via lungo la quale migliaia dei nostri antenati erano morti per difendere il Sannio. Eppure, proprio i Sanniti avrebbero dovuto porre sin dall’inizio la questione del federalismo e del riconoscimento di una regione sannita, che fosse espressione della nostra millenaria esistenza su questo territorio.
Basta dare uno sguardo alla nostra storia, per comprendere la fondatezza di questo giudizio. La base amministrativa dello Stato sannita era il pagus. Non la pòlis, che distingueva la vita sociale dell’antica Grecia, ma il villaggio caratterizzava la vita dei nostri antenati. La civiltà sannita, in questo senso, non era una civiltà urbana, ma propriamente una civiltà "pagana": in essa vi erano, non allo stato di sopravvivenza ma nella continuità della tradizione, gli elementi fondamentali della civiltà pagana antica. Possiamo raffigurarci il pagus come un’area estesa pressappoco quanto l’intero territorio di un comune attuale. Non vi era, però, un solo grande centro urbano nel quale confluivano tutti gli abitanti (con le loro relative attività) di quell’area. Vi erano, invece, piccole comunità distribuite in pochi villaggi legati tra loro da un forte vincolo di solidarietà. Il pagus era saldo, unito, con una fortissima omogeneità etnica e religiosa.

Vi erano celebrate delle assemblee, nelle quali la comunità decideva su cose inerenti al proprio territorio, in relazione alle esigenze che quella specifica area esprimeva. Ciò ha erroneamente indotto alcuni a parlare di "democrazia". Tuttavia, gli studiosi hanno potuto accertare l’esistenza di diverse cariche politiche, dimostrando che lo Stato sannita avesse una natura gerarchica ed aristocratica ben prima del contatto con Roma. D’altronde, i pochi abitanti di un villaggio sannita non erano una massa umana senza volto, bensì un popolo con una propria e irripetibile morfologia spirituale. Più correttamente dovremmo dunque parlare di "etnocrazia", espressa da quella che, con termine tedesco, potremmo ben definire una Volksgemeinschaft (una comunità fondata sulla stirpe), vista l’omogeneità razziale delle tribù sannite.
In realtà, anche il pagus sannita era caratterizzato dalla presenza di personalità di prestigio, che ne costituivano l’aristocrazia. Costoro rappresentavano la guida delle legioni sannite e ricoprivano quelle cariche politiche e religiose la cui autorevolezza rendeva la nazione sannita uno Stato. Lo stesso pagus provvedeva ad allestire le forze militari necessarie alla difesa del territorio e possedeva un suo capo: ilmeddix.
Al di sopra del pagus vi era il touto, la cui estensione territoriale può essere paragonabile a quella di un provincia odierna. Il touto si fondava sugli stessi accordi che legavano più villaggi, ma teneva insieme più pagi. Ogni tribù sannita aveva collegato i suoi pagi in un unico touto, retto da un meddix di grado gerarchico superiore: il meddix tuticus. Con quest’ultimo termine si indica la carica di maggiore autorità presso i Sanniti, accostabile a quella del console romano, ma che nel Sannio non aveva un collega di pari grado gerarchico. I touti si alleavano, a loro volta, per ragioni religiose o belliche. La Lega sannitica fu il frutto di questo genere di alleanze. Essa si fondava sulla fedeltà alla stirpe e ai patti, non sull’amministrazione centralizzata di uno stato burocratico. Nondimeno, ha fatto di un popolo di ruvidi montanari il più grande pericolo per Roma.
Da questi pochi elementi si vede come lo Stato sannita fosse fortemente "decentralizzato". Le comunità non erano addensate in quel brulicare umano che sono (ed erano) le grandi città, ma armoniosamente raccolte in piccoli villaggi di pastori e agricoltori guerrieri. Era sconosciuta la capitale come la intendiamo noi. Vi erano sicuramente centri importanti che, per l’attività politica che vi si volgeva, per i luoghi di culto che ospitava o per la loro collocazione strategica possono essere immaginate come capitali, ma non vi fu mai una città come Roma.

Si dirà che questo è un modello di Stato proprio ad un’antica società agricola. Tuttavia i Sanniti univano ad una grande "decentralizzazione" dell’amministrazione anche l’autorevolezza della carica del meddix tuticus, che rappresentava l’unità dello Stato. In più, erano capaci di superare gli interessi particolari per far valere l’interesse nazionale, soprattutto nei casi di pericolo, ad esempio unendosi in quella che fu la temibile Lega sannitica, l’unico vero ostacolo incontrato dai Romani nel processo di conquista della penisola. Un esempio di arretratezza da montanari o di responsabilità politica? I Sanniti potevano contare, evidentemente, su una omogeneità etnica che rendeva meno problematica l’amministrazione statale. Un vantaggio che oggi non esiste più allo stesso grado di prima, e che va ulteriormente affievolendosi. Ma questo non allevia le colpe delle generazioni di "politici" che ci hanno rappresentato (sic!), e che, in un accesso di autolesionismo, hanno annullato una storia la cui autorevolezza neanche i Longobardi — i cui condottieri assumevano con onore il titolo di Dux Samnitium — hanno disconosciuto, e che nel feudalesimo hanno conservato una forma di federalismo adeguata ai loro tempi.
Eppure oggi, costretti come siamo ad ascoltare lezioni sul federalismo da chi, fino a qualche anno fa, pensava in termini di "commissario del popolo", o da chi non concepisce la politica se non come utile strumento economico, c’è ancora spazio per il nostro "federalismo pagano". Se il federalismo sannita era l’aspetto esteriore di una nazione intimamente unita, oggi, in troppi casi, il centralismo non è che l’abito logoro di nazioni profondamente disgregate. 

Massimo Pacilio
[Benevento, Anno XIX, N. 1, gennaio 2002, p. 16]
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