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Elementi per la fondazione di una nuova regione

Le basi politiche di un nuovo ed antico federalismo

Nel nostro precedente articolo abbiamo illustrato, in poche parole, la struttura federale dello Stato sannita. Nonostante siano stati pochi i riferimenti fatti al pagus, all’unità amministrativa su cui quello Stato si basava, ci sono sembrati in ogni caso sufficienti per dare al Lettore un’idea della vocazione federativa dei nostri antenati. Una vocazione che, al di là delle apparenze, ha lasciato una traccia da cui poter avviare il nostro federalismo.
Si è detto che il pagus racchiudeva un’area abbastanza estesa da comprendere diversi villaggi ed avente un suo capo, il meddix. Avere a fondamento dello Stato non il municipio, ma un distretto amministrativo territorialmente più ampio può apparire come la semplice esigenza di una nazione la cui economia era basata sull’agricola e sulla pastorizia. Ma per chi non fa dell’economia la chiave interpretativa di tutta la storia umana v’è dell’altro nella struttura "pagana" dell’antico Sannio: prima di tutto la capacità di vivere in piena armonia con il territorio. Il pagus era convenientemente vasto: non troppo, per non assommare in sé aree eterogenee, né troppo poco, da non riuscire ad avere una sua relativa autosufficienza. Un saggio equilibrio ne segnava i limiti spaziali, determinando l’àmbito di una vera e propria auto-amministrazione. Il pagus, beninteso, non era isolato, ma strettamente unito agli altri, grazie ad un forte vincolo etnico, vero fondamento dello Stato sannita.
Colpisce, tuttavia, quella che potremmo definire una visibile "dispersione sul territorio". I Sanniti non amavano affollarsi in grandi centri urbani, ma preferivano conservare il diretto contatto con l’ambiente naturale, dal quale dipendevano interamente. Un carattere che, senza fatica, possiamo riscontrare anche nei nostri tempi, capace pertanto di ripresentarsi quando il più autentico spirito sannita, per l’imprevedibile svolgersi degli eventi, può liberamente esprimersi. È opportuno fare un esempio. Il terremoto dell’Ottanta, oltre a mietere migliaia di vittime nell’area irpina del Sannio, ha causato il danneggiamento di molti antichi comuni, alcuni dei quali sono stati quasi completamente distrutti. La lentissima ricostruzione che ne ha fatto seguito ha messo in luce una certa "disaffezione" per il centro abitato: molti hanno preferito ricostruirsi "la casa in campagna", intensificando un processo di parziale svuotamento dei paesi e di dispersione sul territorio. Dall’apparenza questo sembra un problema, e così viene interpretato dai miopi amministratori locali, ma tuttavia non lo è. Si tratta invece di un fenomeno che va letto come il riaffacciarsi, con il tragico irrompere del terremoto, di un più autentico carattere etnico.
Certo, sembra più facile governare una comunità racchiusa nella città anziché diffusa su un territorio più o meno vasto. Ma ciò che si perde nella vita urbana, innanzitutto, è quell’armonia con l’ambiente naturale che oggi appare più come una vitale necessità che come una scelta individuale. Non è questo il luogo per passare in rassegna tutti i mali della grande metropoli, il cui ambiente diventa progressivamente più avvelenato. Sarebbe una fin troppo facile retorica. Basti dire che oggi in molti sono costretti a lasciare alle loro spalle la vita delle metropoli. È bene perciò considerare come un grande valore la piccola dimensione delle nostre città.
Sta a noi, forti del nostro passato, far fiorire di nuovo, reinterpretandola secondo le nostre tradizioni, la cultura del pagus… È nostro compito tornare a riflettere sulla funzione che questa unità amministrativa ha avuto in origine, per poterla attualizzare in questo momento storico. Più che il comune, dovrà essere questa realtà intermedia ad amministrare il territorio sannita, ed essa farà capo alla provincia, che ne coordinerà l’attività e ne accoglierà le richieste. La stessa regione sannita, che dall’Irpinia al Molise potrà riabbracciare gli antichi territori del Samnium, dovrà strutturarsi essa stessa come una regione federale al suo interno.
La comunità montana attualmente esistente risponde solo in parte a questa esigenza e, naturalmente, non è ciò che era un pagus… Ogni Sannita dovrebbe essere incluso in un pagus, e questo dovrebbe costituire il suo fondamentale punto di riferimento amministrativo. Qualcosa di più piccolo di una comunità montana, ma che sia diffuso sull’intero territorio provinciale. Si avvierebbe, così, un diverso rapporto con l’ambiente, che non verrebbe ridotto a luogo di sfruttamento economico, ma sarebbe essenzialmente un luogo abitativo e di nuovi rapporti sociali. Le esigenze dell’ultimo casale sarebbero rispettate come quelle di qualsiasi centro storico.
Gli indirizzi politici della provincia, e quindi quelli della regione, potranno così tornare ad essere la diretta espressione delle esigenze dei vari distretti e delle stirpi che vi sono insediate, superando definitivamente gli sbarramenti ideologici imposti dai partiti e restituendo la politica a se stessa. Ogni unità amministrativa avrà il suo reggente, che coordinerà l’amministrazione e rappresenterà il pagus nell’assemblea provinciale. Quest’ultima, a sua volta, avrà un reggente che la rappresenterà nell’assemblea regionale, secondo una piramide gerarchica di doveri amministrativi organicamente armonizzati. Il reggente sannita rappresenterà l’intero Sannio in quella che sarà la futura Camera delle Regioni.
Quella che oggi viene definita "devolution" rappresenta davvero il giusto passo verso un’autentica concezione federale dello Stato? È nostro dovere portare nel confronto politico la tradizione sannita. Se la via verso il federalismo dovesse arrestarsi ad un mero aumento dei poteri delle attuali regioni avremmo fatto molto rumore per nulla. Siamo davvero sicuri che l’odierna ripartizione regionale sia la migliore di tutte le ripartizioni possibili? Non merita invece, proprio ora, un radicale ripensamento? Ciò che dovrà trovare espressione nel futuro assetto costituzionale dovrà essere il carattere di un popolo, la sua tradizione, la sua cultura, e, quindi, il suo particolare modo di sviluppare i rapporti umani, che nel nostro caso dovrà attingere alla tradizione "pagana" sannita. 


Massimo Pacilio
[Benevento, Anno XIX, N. 2, 25 gennaio 2002, p. 16]
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