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Elementi per la fondazione di una nuova regione

Elementi per un nuovo inizio

Le osservazioni suscitate dal nostro precedente articolo ci obbligano a ritornare sugli argomenti già affrontati. Lo facciamo nella consapevolezza che si tratta di un tema davvero inesauribile: quando si scrive del "senso del sacro" proprio ad una civiltà antica non è difficile alimentare i pur numerosi equivoci causati dalle interpretazioni moderne, spesso vincolate alle prospettive sociologiche ed evoluzionistiche. Tuttavia, questa nostra breve precisazione ci offre l’opportunità di mettere a fuoco un tema che riteniamo particolarmente appropriato a questa fase solstiziale dell’anno.
Prima dell’arrivo delle popolazioni italiche — e con esse dei progenitori dei Sanniti —, nella nostra penisola erano presenti le culture cosiddette "pre-indoeuropee", con proprie lingue, strutture sociali e, naturalmente, con una "immagine del mondo" che la stessa religione rifletteva. Vi erano, perciò, divinità e culti di differenti origini, — espressioni del modo con cui ciascuna popolazione si relazionava al divino —, che solo di rado si avvicendavano nel tempo e nei luoghi sacri, più spesso, invece, si sovrapponevano, creando complesse stratificazioni.
L’arrivo delle culture indoeuropee provocò una profonda trasformazione, non solo perché determinò un vasto cambiamento delle lingue usate nel bacino del Mediterraneo, ma perché portò nuove forme di organizzazione sociale e nuovi modi di concepire il divino. Con le culture preesistenti i rapporti furono, prima di tutto, conflittuali. Gli Indoeuropei possedevano "nuove" tattiche di guerra, con le quali poterono soggiogare le altre popolazioni. In particolare erano formidabili cavalieri ed utilizzavano il cavallo in guerra. Al potente animale legavano agili carri, sui quali trovavano posto i guerrieri. I Sanniti non dimenticarono le tattiche dei loro antenati. Nel descrivere la battaglia che spinse l’eroe romano Decio Mure ad immolarsi, Livio accenna al fragore dei carri da guerra dei nemici Sanniti (allora alleati ai Galli).
Con le guerre gli Indoeuropei si aprirono la via verso il Mediterraneo. Inevitabilmente, la guerra doveva possedere per loro il valore di un avvenimento sacro, a cui sovrintendeva una tra le più importanti delle loro divinità: Marte. Proprio a questo dio i Sanniti riservavano un culto particolare. Lo stesso Apollo, un’altra delle maggiori divinità dei Sanniti, era spesso raffigurato alla guida di un carro trainato da cavalli, simbolo del corso del Sole e ricordo ancestrale degli arcaici carri da guerra. Ma era Giove, nell’antico Sannio, la divinità suprema, il dio posto alla sommità delle gerarchie divine.
"Non v’è dubbio che Giove, il grande dio dei cieli e del tempo, era […] la principale divinità da sempre adorata dai Sanniti", ha scritto uno studioso moderno. Che Giove abbia rappresentato il fulcro del sistema religioso sannita lo testimoniano i rinvenimenti archeologici e le fonti storiche antiche. D’altronde, le penne di aquila (Iovis ales, animale sacro a Giove), con cui i guerrieri sanniti ornavano i propri elmi, costituiscono un segno inequivocabile della venerazione riservata al sommo Giove, così come, per altro verso, il toro —animale-guida di molte tribù sannite—, presente nel rito del ver sacrum (quando i giovani sanniti lasciavano i loro villaggi per conquistare nuove terre), ribadisce questo stretto legame tra il "re degli dei" e i nostri antenati.
Giove, Marte ed Apollo possono ben valere, quindi, come una sorta di "triade divina" rappresentativa dello stile guerriero e del rapporto col divino dei Sanniti. Un popolo duro, saldo nelle proprie tradizioni e deciso a difenderle strenuamente, pur sapendo di "perdere", ma rivelando proprio in ciò uno dei suoi caratteri più radicati. Uno di quei caratteri che è nostro dovere invocare in questo sol-stitium, affinché sia di buon auspicio per un nuovo initium. Auguri! 


Massimo Pacilio
[Benevento, Anno XVIII, N. 22, 21 dicembre 2001, p. 16]
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