Costruire un nuovo soggetto politico-amministrativo — una nuova Regione Sannita — richiede un impegno che non si esaurisca nello stabilire le funzioni e le competenze che questo soggetto dovrà assumere, ma che si estenda alla conservazione nel tempo di ciò che è stato creato. Se le sue fondamenta non poggiassero su un solido terreno, anche questa costruzione politica verrebbe inevitabilmente stritolata dagli interessi, prima di tutto economici, dei gruppi che si avvicendano al governo.
È questo uno dei "vicoli ciechi" di quella che oggi viene definita la "globalizzazione". Il primo (e troppo spesso unico) obiettivo dell’azione politica odierna è rappresentato esclusivamente dallo sviluppo economico di una data area geografica. E questo, si badi, viene concepito come l’obiettivo più alto e disinteressato, il quale si impone solo quando vengono faticosamente ricomposti gli interessi delle parti politiche in lotta per il controllo del potere.
Si sa: gli interessi economici hanno delle loro leggi, quelle del profitto, che sono valide in tutti i climi e per tutti i popoli. Quando la "ragion di Stato" si conforma a queste leggi è lo stesso Stato che si annulla e, con esso, si degrada la nazione che lo costituisce.
La questione di una regione sannita non nasce con la recente ondata federalista che sta attraversando il Paese. Su questo periodico è stata già affrontata negli anni Ottanta e, come abbiamo riferito in un nostro precedente intervento, può esser fatta risalire agli inizi del Novecento. Niente di nuovo, quindi. Ma è doveroso precisare che se il nuovo Sannio dovesse nascere solo per dare sfogo a delle pulsioni campanilistiche, saremmo i primi a ritenere che si sarebbe fatto "molto rumore per nulla".
Un localismo ottuso può essere infatti un’arma vincente proprio per chi intenda far prevalere le logiche mondialiste. Di questo ognuno deve essere consapevole.
Il Sannio, allora, dev’essere innanzitutto un’occasione di crescita spirituale, oltre che morale, di un popolo che, come molti altri, sta conoscendo una fase di profondo declino. Non se ne esce risalendo i posti nella classifica annuale del Sole24Ore. La questione è ben più profonda e gli indicatori sociali mostrano, in molti casi, solo gli aspetti più esteriori di una condizione di vita.
Noi siamo convinti che non sia la ricchezza ad indicare il valore di un popolo. Del resto, i Sanniti non erano certo famosi per essere "benestanti": il loro valore si dimostrava sui campi di battaglia, non sui mercati finanziari.
Se si vuole uscire dal gorgo del "mondialismo" — che ogni cosa azzera e priva di senso — è indispensabile spostarsi su un terreno non del tutto inaridito dalla modernità, in un luogo dove la storia non sia semplice "passato", ma sia, prima di tutto, esempio di "stile di vita". Ciò che deve affermarsi, contro ogni forma di globalizzazione culturale, sia allora la capacità degli uomini di riconoscersi come tali, con le loro differenze e i loro doveri.
Il progetto di una Regione Sannita va perciò collocato entro un orizzonte di valori e di significati in cui la "tradizione" costituisca il tracciato del cammino storico di un popolo, garantendo così la permanenza, nelle generazioni successive, delle realizzazioni politiche.
La storia dei Sanniti ci permette di uscire dalla trappola mondialista. L’illusione che solo partecipando al mercato globale, o alla solidarietà globale — o a tutto il resto, purché sia "globale" —, sia possibile affermare legittimamente la propria esistenza nel mondo non è che l’effetto del decadimento finale delle ideologie, compresa quella democratica, che in tempi di governo unico del mondo appare sempre più distintamente nelle forme di una superstizione.
Dinanzi allo sfaldamento spirituale dell’uomo diventa indispensabile suscitare allora un giusto spirito difensivo, sapendo che una buona difesa permetterà la conservazione e il rafforzamento della tradizione nella quale viviamo. Per noi non c’è scelta se non quella di riconfermarci nel nostro destino e nelle nostre origini, ribadendo la necessità di una riunificazione delle popolazioni sannite e di una riaffermazione dei nostri uomini migliori.
Massimo Pacilio
[Benevento, Anno XIX, N. 7, 5 aprile 2002, p. 16]
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