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Elementi per la fondazione di una nuova regione

Le forche caudine e l'invasione del Sannio

La necessità di un severo controllo dell’immigrazione è oggi avvertita in maniera sempre più chiara anche nelle nostre province. Se nelle aree più interne l’arrivo degli immigrati è ancora un lontano problema, si presenta, invece, con tutto il suo carico di problemi nelle città capoluogo. Flussi migratori — su gran parte dei quali lo Stato non è capace di esercitare un vero controllo — stanno lentamente, ma inesorabilmente, cambiando la "sostanza umana" della nostra nazione.
Rispetto ad un trasformazione così profonda e definitiva, il disorientamento dei "nostri" amministratori appare evidente. Costoro sembrano, infatti, intenzionati a lasciare al governo centrale l’intera responsabilità della questione, classificata tra quei problemi che per grandezza e complessità "esulano dalle competenze" delle amministrazioni locali. Tuttavia, l’insediamento di comunità di immigrati anche in piccoli centri del Sud dimostra che ogni area si troverà nella condizione di dover affrontare problemi assolutamente nuovi, derivanti dal confronto con culture radicalmente diverse dalla nostra.
La storia sannita ci permette di avere idee chiare anche sul modo corretto di affrontare siffatti cambiamenti. Uno dei suoi più famosi episodi, quello relativo alle "forche caudine", ci illumina sul modo dei nostri antenati di intendere il rapporto con lo "straniero", in particolare quando questo rapporto si presentava nelle forme dell’invasione.
Gavio Ponzio, il glorioso generale condottiero della Lega sannitica, ebbe la magnanimità di offrire una possibilità di salvezza ai Romani —che a Lui si erano arresi dopo la sconfitta delle "forche caudine"— a condizione che rispettassero i confini del Sannio, ma non prima di averli disarmati e di aver loro imposto il passaggio sotto il famigerato giogo. Quest’ultima "clausola" apparve agli storici romani delle generazioni successive come una grande umiliazione, ma, con maggiore saggezza, i loro antenati accettarono le condizioni imposte dai vincitori.
Ma il "passaggio sotto il giogo" fu solo un’umiliazione? Una semplice dimostrazione di forza? Proprio l’umiliazione, non avrebbe ispirato nei Romani il desiderio di una rapida vendetta, che, come è accertato, non vi fu? In realtà, più che una sorta di soldatesca derisione nei riguardi del vinto, il passaggio sotto il giogo — come riporta qualche studioso — era un vero e proprio rituale, con il quale l’aggressore veniva simbolicamente isolato dalla terra e dal popolo aggrediti. In altri termini, l’invasore si faceva veicolo di una forza malefica, che metteva in pericolo l’esistenza della comunità, ma passando al di sotto del giogo la potenza che conduceva con sé veniva, per così dire, neutralizzata. Questo antico rito segnala, innanzitutto, l’esistenza di una profonda coscienza nazionale nelle popolazioni sannite, determinate a difendere il loro territorio dall’invasione, e con esso le proprie istituzioni, il proprio senso del sacro, il proprio stile di vita, la propria identità etnica.
L’ondata immigratoria che oggi registriamo è stata paragonata, anche da chi svolge indagini ad alti livelli per comprendere le dinamiche criminali poste dietro l’incremento dei flussi, ad una vera e propria invasione. Questa, anche quando non aggressiva o armata, costituisce pur sempre il tentativo di appropriarsi di un territorio, di fronte al quale solo le culture che hanno ancora un sentimento vivo della propria storia saranno in grado di opporre un’adeguata azione difensiva.
Oggi, più che nel recente passato, la storia sannita ci insegna a considerare nuovamente il senso e la portata di un corretto spirito di difesa. L’incapacità di gestire in maniera naturale il confronto con le diverse civiltà con cui siamo costretti a convivere, induce, anche chi ha compiti formativi o di guida spirituale, a rimuovere segni e simboli che possano generare "imbarazzo" nello straniero immigrato. Evidentemente, ricordare agli altri che anche noi abbiamo una identità culturale costituisce il più imperdonabile degli affronti.
I nostri antenati, invece, ebbero non solo la capacità di resistere ad un avversario della forza di Roma, ma anche la piena consapevolezza di difendere la loro identità nazionale. Oggi, gli Italiani mostrano di non avere la stessa consapevolezza e, di conseguenza, neanche la stessa forza. Il federalismo sannita (o "pagano", come l’abbiamo definito nei nostri precedenti articoli) dovrà dimostrare invece il carattere di una consapevole difesa di una tradizione radicata nelle nostre terre.
Diventa pertanto indispensabile assegnare alle province un ruolo centrale nel controllo dei flussi migratori e nell’indicazione di quali immigrati potranno avere accesso ai rispettivi territori. Saranno allora le province sannite ad assumersi il compito di stabilire quali e quanti stranieri, ove ce ne fosse davvero bisogno, potranno accedere temporaneamente sul suolo del Sannio.
Naturalmente, la decisione delle amministrazioni locali sarà limitata al loro territorio, cosicché, i permessi di soggiorno avranno unicamente un valore limitato alla provincia che li ha rilasciati. In pratica, se si potrà facilmente avere residenza nella provincia di Treviso, lo stesso permesso non avrà alcun valore nelle altre province. In questo modo si potrà sorvegliare la mobilità degli stranieri sul territorio.
Per conservare un più stretto legame tra i Sanniti, ogni richiesta di lavoratori stranieri dovrà vedere privilegiati gli emigranti di origine sannita, realizzando, a tale fine, un’apposita anagrafe presso i consolati. Lo Stato, dal canto suo, dovrà solo farsi carico della redazione di elenchi di persone disponibili all’immigrazione nel Sannio, rispondendo direttamente in caso di eventuali comportamenti criminali degli immigrati stessi, risarcendo i danni da questi ultimi commessi. Ogni immigrato sarà comunque tenuto al rispetto delle nostre tradizioni, pur senza farne parte.
Queste poche indicazioni basilari, che certamente richiedono ulteriori approfondimenti, sono indispensabili ed urgenti, vista l’invasione senza precedenti che da Sud e da Est l’Italia sta subendo. Se gli ambienti intellettuali brancolano in una disperata oscurità, e i potenti appaiono sempre più incapaci di decisioni responsabili e chiare, è nostro dovere riprendere con vigore lo spirito difensivo dei nostri migliori antenati. Conferire alle province la responsabilità di decidere chi dovrà abitare le nostre terre sarà il nuovo giogo sotto il quale ogni invasore, armato o disarmato, dovrà passare. 


Massimo Pacilio
[Benevento, Anno XIX, N. 4, 22 febbraio 2002, p. 16]
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