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Elementi per la fondazione di una nuova regione

La Lega Sannitica

Il più antico e autorevole esempio di stato federale che sia apparso nella penisola risale, come a qualcuno è noto, ai Sanniti. Quando i nostri antenati avviarono la lunga campagna di guerre contro i Romani si erano già dotati di una struttura statale ben definita: la Lega Sannitica. Si trattava di una confederazione delle quattro popolazioni sannite — Carecini, Pentri, Caudini ed Irpini — animata dalla volontà di conquistare nuovi spazi. Controllando circa 15.000 kmq di territorio, essa rappresentava — come non hanno mancato di rilevare gli storici moderni — la più vasta unità politica dell’Italia del tempo (354 a.C.).
Forse è impossibile risalire alle cause prime che hanno dato origine alla Lega Sannitica. Sicuramente si tratta di una alleanza tipicamente italica, diffusa, seppure con differenti caratteri, tra le altre popolazioni sabelliche, tra i Latini e gli Etruschi. Ma la Lega Sannitica è stata impareggiabile per la sua compattezza, per la tenuta dimostrata di fronte all’avanzata dei Romani nel sud della penisola.
Le ragioni di una tale saldezza vanno certamente ricercate nella unità di stirpe propria ai Sanniti, i quali, praticando una severa endogamia, contraevano matrimonio quasi esclusivamente tra gli appartenenti alla medesima entità etnica. Una profonda unità razziale, quindi, cementava le popolazioni sannite, alimentando in loro un forte sentimento di appartenenza nazionale. È indispensabile, però, non confondere questo antico sentimento di appartenenza ad una comune stirpe con il nazionalismo moderno, quest’ultimo nascendo dalla rivoluzione francese e dalle ideologie giacobine scagliate furiosamente contro le ultime istituzioni tradizionali europee.
Nel IV secolo i Romani si trovarono di fronte ad un popolo, quello sannita, deciso non solo a difendere i propri territori, ma soprattutto ad ampliarne i confini, e che, in più, si rivelava portatore di un modello statale alternativo a quello romano. Le etnie sannite, infatti, si erano organizzate nella Lega in modo da non avere una tribù che fosse dominante sulle altre. Il grande equilibrio interno non era determinato esclusivamente dal grande pericolo esterno. È questa una lezione importante per i tempi attuali. Il consiglio supremo che guidava la vita politica della Lega era, evidentemente, l’esatta espressione dei caratteri dei popoli rappresentati, garantendo con ciò l’equilibrio interno e la compattezza di fronte al nemico esterno. Non si può escludere che vi siano stati dei conflitti interni, ma a questi faceva da argine la piena consapevolezza della propria unità nazionale.
Quali fossero tutti i caratteri della Lega sannitica non è facile dirlo, per la mancanza di fonti sufficienti a delinearne l’esatto profilo politico. Secondo gli storici essa era dotata di un consiglio costituito dai maggiori esponenti dell’aristocrazia sannita, una sorta di "senato". Questa élite, designata con modalità a noi non conosciute, aveva il potere di dirigere l’esercito durante le guerre e di svolgere i riti sacri comuni all’intera nazione. Due elementi essenziali per far risaltare l’identità culturale di un popolo e che nel Sannio costituivano i cardini della vita pubblica. Data la povertà dello stile di vita sannita, la Lega non si occupava di questioni relative all’economia, rientrando quest’ultima tra le attività del pagus. Sicuramente il consiglio di guerra della Lega aveva anche il compito di indirizzare la politica estera dello Stato sannita, stabilendo alleanze o avviando guerre di conquista.
La Lega sannitica possedeva quella piena maturità politica che permette l’istituzione di una magistratura simile al romano dictator, una figura istituzionale che solo le civiltà più solide hanno potuto vantare. Le situazioni di particolare gravità, come un’improvvisa aggressione nemica, richiedevano il conferimento temporaneo del potere nelle mani di un’unica guida autorevole, in grado di prendere rapide decisioni. Questi non era il meddix tuticus — responsabile della guida di una singola tribù — ma una figura superiore che gli storici romani non hanno esitato a definire imperator, per il suo specifico carattere militare. L’importanza che ebbero i Capi nella civiltà sannita fu cruciale. Come abbiamo già avuto l’opportunità di chiarire, essi rappresentavano il punto di riferimento delle tribù, vincolate al capo da un profondo rapporto di fedeltà.
Il modello federale, proprio perché fondato sull’unità di stirpe, rivelò il suo forte ascendente sulle popolazioni sannite fino ai tempi della guerra sociale. I Romani avevano elaborato un principio guida della loro politica estera — basato, come ognuno ricorda, sul divide et impera — che, se aveva il vantaggio indebolire l’avversario frammentandone le forze, ha indubbiamente incoraggiato il particolarismo egoistico delle differenti popolazioni italiche, a scapito di una vera e profonda unità che la visione federale avrebbe potuto, a certe condizioni, garantire.
La Lega Sannitica rappresentò l’unità dei popoli sanniti, la loro forza, il simbolo del loro comune progetto di unificazione confederale delle diverse popolazioni italiche. I Sanniti si ritenevano portatori di una unità nazionale che non avrebbero certo dissolto in uno Stato "democratico". Quella unità di stirpe che per lungo tempo si conservò nelle genti sannite poté consentire di riunire gli sforzi e opporre ai nemici la propria unità di popolo e di nazione. Gli storici ricordano gli schieramenti della guerra sociale, quando, nonostante il secolo e mezzo di romanizzazione, gli Irpini non esitarono a schierarsi al fianco dei Pentri contro i Romani, richiamati, evidentemente dall’unità di stirpe e dallo spirito della Lega Sannitica, ancora vivo pur essendo passate numerose generazioni dagli ultimi successi della bellicosa organizzazione sannita. Lo stesso spirito che evochiamo in questi scritti.


Massimo Pacilio
[Benevento, Anno XIX, N. 6, 22 marzo 2002, p. 16]
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